“Tutto torna, e tu?”

La birra fredda in una notte d’estate, le pagine riempite di citazioni, inchiostro nero a profusione, le parole che scivolano veloci sulla carta e s’impigliano nei polmoni, una serie di pacchi interminabili, raccogliere una vita e metterla via, spostarla ancora una volta, “Tutto, torna. E tu?”
La prima birra dopo quasi trecentosessantacinque giorni, il sole che s’incaglia fra due nuvole e non smette di far alzare le temperature, l’ottimismo che cresce piano, un biglietto aereo e dieci giorni da aspettare, le cose belle dette piano, o per caso, o con intenzioni ben precise.
Il silenzio sopra ogni cosa, la voglia di scrivere che viene lasciata a riposare sulla punta delle dita, le liste senza motivo, le liste senza molto senso, le parole in un’altra lingua che non si riescono a tradurre, gli occhi di qualcuno che ti imprigionano, gli occhi di qualcuno che sembrano vederti davvero, le notti d’estate di tanti anni fa, le persone che mancano nonostante tutto il male che ci si è gettati addosso, le mani da ricordare, le mani su pelle e su visi e “Sei bellissima” nei momenti di crisi, “Sei bellissima” come se bastasse a salvarci.
Le liste senza senso, le virgole senza una fine, una vita in poche parole, le cose su cui puntiamo perché ci salvino, e poi invece. Le cose che conosciamo, conosciamo fino dentro le ossa, e poi lasciamo andare. Le persone a cui permettiamo di cambiarci la vita, le persone che lasciamo entrare mentre tutto si sgretola e niente rimane al suo posto.
Le persone che teniamo vicine, nei ricordi di milioni di anni fa, per immaginare strade diverse.
Le liste senza senso, le liste quasi a mezzanotte, una sigaretta in mano ed il fumo a rendere tutto leggermente più concreto.

– Ad un certo punto, finisce.

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Otto Ohm

“La felicità è accontentarsi dei particolari che la vita può darti.”

C’era una volta una frase scritta a matita su un muro bianco.
La perfezione é nei dettagli.
Nonostante tutto quanto, credo sia una delle cose nelle quali credo maggiormente.

Uno sgabello é un piano che si regge su tre gambe.
Spazzi via le prime due, e rimani lì.
Comunque lì, sempre lì, in bilico. A camminare su quella corda, a lasciarti tenere su da quella corda.

A volte non vuol dire niente, a volte vuol dire ritrovarsi.
Nel momento in cui credi di poter cadere, fai un passo in avanti. Fai un passo in avanti e trovi ancora sicurezza, come se quella strada fosse l’unica.
Si può andare avanti, oppure cadere. Come in tutto nella vita, puoi solo provare ad andare avanti, oppure lasciarti cadere.

In questo modo ti sei trovata a correre, su quella corda. A bruciare, ad aggrapparti, a saltare per arrivare da qualsiasi parte.
“è un desiderio che mi prende certe sere come questa. Di fronte a te c’è uno spirito troppo profondo per restare solo e rinchiuso.”]

Sorridi mentre cammini sotto la pioggia fine, in questa notte di fine aprile. Ti ricordi che tra poco arriva, che tra poco il potenziale potrà esplodere – seppure dovesse lasciarsi dietro un mucchietto di cenere, ne sarà comunque valsa la pena.

“Practice can go fuck itself. If you don’t want to do something, don’t. Don’t do it just to be kind to people, because those are only lies.”
“Yes, I agree. And that’s exactly what I like about you.”

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Parabola

“No Hell below us, above us only sky.”*

Le prime note sono rintocchi di un pendolo che ti trascinano indietro, indietro fino ad una sera dell’ultimo giorno dell’anno di tre anni fa. Nella tua testa sembrano un gong che ti prende, e ti forza a guardare una te stessa attraverso un modello ormai distante.

Uno sgabello é fatto da tre zampe e un piano.
Le prime due sono state tranciate via di netto, e tu su una corda ci sei sempre stata sospesa bene. Se non fosse che è troppo in alto, se non fosse che stringe sulla cassa toracica e non riesci a respirare. Se non fosse che ti ritrovi contro una croce – metaforicamente e non, ma di certo non sei nessun Cristo – e un po’ te la porti addosso quando esci dal locale.
E chiedi a quella persona “Come si torna indietro? Quando sei stata nel punto più buio, quando i tuoi trigger sono la paura ed i gesti, come torni indietro?”

Perché siamo lì. Sempre lì, non c’è molto da girarci intorno. Jei, Aydmen, ancora Jei.
Continui a cercare le cose che ti facciano sentire viva – Celia ci prende sempre, come le sue frecce che scocciano piattini – e le trovi sempre lì. Le cerchi addosso ad un muro, ad arrampicare, le cerchi in mille libri, le cerchi nell’insegnare una lingua che senti tua, ma le trovi altrove. Le trovi nell’altro da te.
Nell’altro da te, in quell’altro che ti mette a nudo, e ti trascina a forza, strappandoti il controllo di mano. Strappandoti le barriere razionali, e lasciandoti con i nervi scoperti. Dal primo all’ultimo.

Ed è meglio starsene con i nervi scoperti su legno ruvido che in una nuvoletta di ovatta dove non ti arriva nulla – dove le emozioni non passano, dove continui a pensare che non valga la pena neanche di muoversi.
O un estremo o un altro, la via di mezzo é cosa che non fa per noi. Come D. che un giorno ti disse “Morirò cantando”, e non é una questione di morirci, ma di trovare un equilibrio nelle cose che riescono ad arrivare fino a te. Senza aggrappartici, senza strapparle, senza nutrirti solamente di queste e di aria.

“E farlo durare, e dargli spazio.”

*Image – A Perfect Circle cover version

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Bye Bye Baby.

Mi ricordo fin troppo bene quello che succedeva il 31 Dicembre del 2014; mi ricordo quella citazione di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”.

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Ed é in parte vero, ma non del tutto vero.
Per cui adesso farò come Salo, e cercherò di pensare alle cose positive di questo anno più che a quelle negative.
Un po’ per ricordarmi che “your limit is the sky”, un po’ per tirare le somme, un po’ per tirarmi su.

Il primo gennaio abbiamo messo fine ad una relazione. Messo fine ad una parte di me. Alla parte di me devota, alla parte di me passionale, alla parte di me alla quale se dicono “buttati dal ponte” pensa anche di farlo. Messo fine all’amore per una persona che avevo idealizzato, fin troppo. Via al primo punto d’appoggio.
Il che è un bene, una cosa positiva. Perché almeno sono lucida, riesco a pensare con la mia testa e non per forza con gli ideali, i valori, e la voglia di compiacere un’altra persona. Perché ho imparato che prima di tutto viene Jei. Il che vuol dire Jei come persona, Jei come carne & sangue, Jei come salute, sia mentale che fisica.

A gennaio ho imparato a fare yoga. Che, onestamente, è una delle grandi soddisfazioni di quest’anno. Perchè ha voluto dire ricominciare da me, per me. Fare una cosa che mi ha fatto ritrovare un piccolo centro, quel core che avevo ritrovato e perso per strada.

Ad aprile / maggio ho iniziato ad andare in palestra di arrampicata. Questa è stata la seconda soddisfazione immensa di quest’anno. Mi sono misurata con una cosa che non pensavo sarei mai stata in grado di fare, e ho scoperto non solo di essere capace, ma di riuscire bene.
Mi piace, si parla sempre di corde, è una cosa che mi stimola, che riesce a farmi sentire viva. E felice.

Ho continuato a fare Shibari, in modo più sporadico, cercare di trovare di nuovo una connessione. E l’ho trovata. Ho messo da parte il mio ideale di avere un partner che sia un rigger fantastico, ed ho imparato che le due cose possono coesistere e convivere in due mondi affiancati. Non necessariamente devono essere la stessa cosa, e non necessariamente lo shibari deve essere un punto cardine sul quale gira la mia vita – via al secondo punto d’appoggio.

Ho fatto il quarto tatuaggio. Arco e freccia, per capire che a tendere verso il futuro si parte da qui. Per resistere, per riuscire.

Ho cambiato svariati lavori, sono passata attraverso l’inferno dell’ufficio di spedizioni con il livello di seniors al 90%. E ne sono uscita. Acciaccata, pensando di essere una stupida, facendomi mille paturnie. Poi mi sono ripresa, ho trovato altri tre lavori, e sto cercando di farmi forza. Di spingermi avanti, di rendermi indipendente con tutti i piccoli mezzi che ho.

Ho preso un appartamento, e sono andata a coabitare con R. Amico, del quale ho imparato ad apprezzare sia pregi che difetti, come lui con me. Con il quale posso sempre bere una birra e parlare, o cucinare, o mettermi sotto la copertina a guardare un film.

Ho iniziato una nuova relazione. Senza tutta quella passione, con un passo dopo l’altro. Con molta dolcezza, un po’ arrancando, ancora cercando di capire cosa fare, dove andare, e perché. Dandomi del tempo, dandogli del tempo. Cercando di avere più empatia, cercando di avere pazienza, cercando di capire l’altra persona.

Ho iniziato ad insegnare ai bambini, e ho iniziato a scrivere su un blog online di Chicago. Ho fatto piani lavorativi per il 2016, e rivisto la possibilità di un altro Master. Sto cercando di portarmi avanti con il lavoro, sto cercando di rimanere positiva, sto provando a trovare i miei punti di forza.

Mi rimane un punto d’appoggio, la scrittura. A metà, avendo trovato una porta da aprire, avendo in mente un’idea per buttare giù quattro righe e vedere cosa accade. Almeno provarci.

Per un 2016 che sia ricco, nel bene e nel male. E che mi aiuti a ricostruirmi i miei trampoli.

 

 

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For now I am winter.

“Quel che trema e non smette di tremare.”
D. Rondoni

C’è uno spazio vuoto, grande quanto il respiro che prendo mentre sento che le corde stringono.
Il mio cervello lo riconosce come panico, costrizione della cassa toracica, il mio corpo  inizia a darmi segnali – una voglia insensata di fuggire, dire basta, fermarsi.
Mi dico che the only way out is through, e allora respiro. Respiri piccoli, penso allo yoga, penso alle volte in cui mi sono fidata, in cui questo esatto momento voleva dire tutto, voleva essere tutto, voleva essere me.

Ma vale, Vale, la candela?

Cosa definisce la nostra identità? Le cose che ci piacciono, il modo in cui parliamo, il modo in cui ci approcciamo alle cose? Quali sono quei gesti che ci rendono autentici, veri, nostri fino in fondo, nostri e di nessun’altro?

In un racconto, due anni fa, scrissi che lo Shibari era come la scrittura : mi faceva sentire viva come nessun’altra cosa al mondo.

Ora che sono di nuovo a terra, ora che ho smesso di sfidare il senso di gravità, ora che mi accoccolo fra la musica di Olafur Arnalds ed un the caldo, mi chiedo cosa sia rimasto di me.
Cosa sia stato strappato via, il primo giorno di quest’anno nuovo, che ormai volge al termine. Cosa sia stato sradicato, se un piccolo cespuglio di rose oppure una quercia.
Mi chiedo se quella quercia sia mai esistita, o se sia solo frutto della mia immaginazione, un po’ come il micio che si guarda allo specchio e si vede riflesso leone.

Razionalmente, voglio gridare a chi mi è attorno che sono ancora, che quelle cose, tutti quei frammenti, sono ancora me. Che non se ne sono andati, che non mi fanno paura, che possono tornare.
Che è ancora vero quel che dissi, che io voglio fare lo scrittore, insieme a tante altre cose. Che voglio sentirmi amata fra quelle corde, insieme a tante altre cose.

Vorrei dire a quei pezzi di me di aspettare, perché tornerò a prenderli, ma più passa il tempo e più mi sembra che mi sfuggano via dalle mani, e prendano a correre nella direzione opposta.

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Per Ares, Afrodite, e tutto il resto.

Arriva uno di quei mercoledì sera nei quali vorresti tirare uno ad uno i santi giù dal paradiso, dove hai quasi tutte le carte in regola per mandare quell’application in pergamena, con la cera lacca violetta, vergata con piuma d’oca ma! senza sigillo reale, per cui è tutto un incrociare di dita e di capelli, sperando che Zeus ce la mandi buona.
Alla prossima, prego prendere nota : non tentare di arrivare ai piani alti, ma accontentati di mandare curriculum per girare hamburgers e darli in pasto a Cerbero.

L’arrivo del paterno Zeus doveva essere fonte di gaudio e gioia, gioia e gaudio, e lo è stata, bene o male. Finché non sono iniziate le solite “Ma ci vai vestta così, ad insegnare? E le calze non te le metti? E se ti vedesse You-Know-Who che direbbe?”
Ma noi siamo a settordicimilacinquecento chilometri di distanza, sia da YKW che dal Ministro della Magia, per cui sinceramente il problema della calza velata sotto al jeans, dentro alla scarpa Mary Jane non ce lo eravamo posti. Ma neanche lontanamente.

Gioia gaudio e tripudio, ordunque, fino a che non si arriva sul pianerottolo proprio sotto alle case degli Olimpi. Dove si scopre che, per coincidenze astrali note meglio come l’essere diventata uno zombie ed aver patito un weekend di malanni come fossero monsoni, siamo stati privati di una bestia.
Se il weekend fosse stato tutto a zompi arzilli e passeggiate per l’acquario, non ne avrei fatto un dramma, ma così un attimino mi sconcerta.

E mo’?

Ci si riprende con il vasetto di Nutella, ovviamente importata dalle lande sperse.

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Bites.

A consumarmi.
Il getto dell’acqua diventa piu’ caldo, lava via dalla pelle risate di bambini e l’odore del bucato appena fatto.
Mi arriva cosi, il pensiero, mentre penso alle cose che non ingranano, ed a quelle che invece trascinano.
A consumare.
In tutto, come quando la capocchia del fiammifero prende fuoco, scocca la scintilla, e poi si spegne. Si cosuma, ha fatto il suo dovere, rimane il millimetro di pelle ancora intatta, il resto e’ solo carbone.
Consumo le cose. Non me lo ha insegnato nessuno, l’ho probabilmente imparato da me, dal momento nel quale non ho voluto buttare via il paio di Magnum fino a che non divennero immettibili.
Dal momento in cui ho iniziato a prendermela troppo, per tutto.
Quel serpente di gomma che e’ volato una mattina fuori dal finestrino, ed anche a riprenderlo sarebbe stato comunque rotto, ed io non ci avrei voluto giocare.
Da quel momento in cui ho iniziato a prendere troppo a cuore ogni questione, quella mattina in cui il mio migliore amico delle elementari mi disse che ero “Molto sensibile”, ed io la presi come una cosa buona, una cosa sana.
A parte le storie da melodramma, Martina una volta in macchina mi fece morire dal ridere,
“Ma sei una mangiatrice di uomini!”
Tanto o mi consumo io, o consumo qualcun altro. A suon di forchettate, non e’ che io guardi e sia completamente fuori di ormone per invaghita di Hannibal per nulla, insomma.

Ci pensavo oggi mentre la bimba alla quale faccio babysitting stava beatamente saltando e sgambettando e a momenti tramortiva un altro bambino al parco.
Ma perche’ mi consumo? E perche’ non je la posso fa’ a prendere le cose con calma, come le persone zen e razionali con meno ansia per la vita?
No, chiediamocelo.
Sono un cerino, che porello si trova fra gli altri cerini, si guarda attorno, e si chiede per cosa si consumera’ ora, che e’ gia’ consumato. Sono problemi esistenziali non da poco.

H. una volta mi disse che succede, che le persone si consumino a vicenda.
Che si tolgano tutto quello che hanno – e poi se lo servano su un piatto fatto di lattuga & pinoli.
Con il risultato che ovviamente poi non rimanga molto, della persona in se’, e sia tutto da ricostruire.

L’ho imparato da qualche parte, a consumare le persone cosi’. Come cosa non mi piace, sto cercando in vano Mads Mikkelsen o Thomas Harris per farmi spiegare come si faccia a smettere.
Mi prendo tutto quello che hanno, tutto l’amore, la dolcezza, la pazienza, la disponibilita’.
Penso di riuscire a dare in cambio molto, o molto poco.
Vorrei riuscire a prendere e dare in egual misura, cosi’ che quando le strade si separino, ognuno abbia il suo bagaglio. Piu’ leggero, magari, ma consistente allo stesso modo.

Ovviamente tutto questo l’ho scritto mentre ero in doccia, e adesso il fiammero si e’ bagnato.
Per cui niente fiammella,  neanche per indignarsi che non ci siano gli accenti italiani sulla tastiera del laptop made in U.S.A.

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Latte e miele

Che può essere anche il titolo di un post, oltre ad una stazione radiofonica – dovrebbe farti sentire meglio, sia la stazione che la bevanda, ma la tua gola non vuole saperne né di cantare, né di riprendersi.

Ho passato la giornata a guardare video sulla European Championship di Lead climbing, per vedere quello che io, a ventotto anni suonati, probabilmente non farò mai.
Soprattutto quando senti il cronista che dice “TizioPompato ha 33 anni ed è incredibile come ancora gareggi.” praticamente mi stai dicendo che fra cinque anni dovrei chiudere baracca.
Insomma, una botta di autostima proprio.

Continuo a cercare lavoro, una tiritera che sembra non finire, tipo il tunnel senza uscita dell’esperienza fra la vita e la morte. Altro che “Non andare verso la luce”, qua non abbiamo neanche i fori per respirare.

La cosa positiva di una notte passata in modo praticamente insonne è che, quando alla fine ti addormenti, sogni Evangelion. E Shinji Ikari, per qualche astruso meccanismo che scatta nel tuo cervello. Ed è un sogno molto bello, piuttosto catartico, se poi te ne ricordassi un briciolo sarebbe ancora meglio.

Latte e miele, copertina, divano & Sons of Anarchy. Non è arrivato l’autunno, assolutamente no.

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…e correre fuori.

Maggio mi ha sempre portato le persone.
O forse, Maggio mi ha sempre fatto arrivare dalle persone.
Non è solo questione di fortuna, è questione di nome – di fatti, di eventi, delle cose che rotolano e poi a Maggio spiccano il salto.
Non volano, saltano. In lungo, per arrivare a toccare il bordo e non cadere giù.

Le persone costellano questo mese, nel bene e nel male. Le persone e poi i tasselli del puzzle che si incastrano – il sospiro di soddisfazione lo si sente anche da lassù.

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Una voliera.

“It’s hard to shake off something that’s already under your skin.” [Will Graham]

Non mi viene da scrivere molto.
Non per il caldo, e non perché le cose non inizino a girare. Gli ingranaggi si incastrano, lentamente, facendomi fare un passo alla volta e poi tre assieme, un saltello, e si è già dall’altra parte dei binari.
Pulisco casa con Russell e mi si rovina lo smalto.
Scrollo le spalle, cammino per una Chicago semi addormentata, indossando la giacca di pelle con la zip tirata su.
Mi sveglio alle sette e trenta di domenica, con qualcuno accanto.
Ogni tanto mi perdo.
Continuo ad avere dei circuiti chiusi – e Yax qui mi martellerà – per certe caratteristiche.
Mi si ripropongono occhi azzurri, che a mezzanotte diventano quasi trasparenti.
Alice segue il Bianconiglio, mi tuffo nella tana e sbuco in una storiella esattamente a metà fra la fine del liceo e l’inizio dell’università, in un’estate che è arrivata in ritardo.
Camminare avanti ed indietro fra casa mia e casa del ragazzino dagli occhi blu, a due isolati di distanza l’una dall’altra. Guardare le lucciole in giardino. Bere caffé freddo mentre torno a casa.

A volte penso a Roma.
A volte penso ad H.
Poi mi sento a casa, anche qui, soprattutto qui, con The Hours sul comodino, Baricco, e la bottiglietta dello smalto verde acqua.

Ché poi abbia trovato “Seta”, nella stessa edizione che ho a Roma, ad un mercatino in una biblioteca downtown… E’ un altro mistero, per il quale sorrido, e non dico nulla.

Ho un quarto tatuaggio.
Non si vede, è nascosto – fra le pieghe del tempo – proprio dietro l’orecchio, dalla massa leonina di capelli.
Me ne ha ricordato la Celia, me ne sono ricordata un sabato mattina mentre cercavo idee per qualcosa di piccolo, che non desse nell’occhio, e che contenesse un pezzo di me.
Io con l’arco ci giocavo da bambina, ma non ne ho mai fatto una professione.
Per un motivo di incastri, di immagini, di idee, continuo a desiderare quella tensione. Quel momento prima di scoccare, sperando che sia come l’immagino.
Perché magari resistere non è tutto nella vita, però. Però, però, però.
E’ quello che mi ha fatta arrivare fino a qui. Quello che mi ha fatto essere banderuola, la convinzione che comunque vada se ne uscirà – it all ends well.

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